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10 Maggio 2011
Tanzi: muto è meglio
di Cinzia Lacalamita
È il 2003 quando Calisto Tanzi viene arrestato nell'ambito delle inchieste sul crac Parmalat. Ed è il 2008 quando viene condannato dal Tribunale di Milano a 10 anni di reclusione per aggiotaggio. Il 4 maggio 2011 la Corte di Cassazione conferma in via definitiva la condanna, riducendo tuttavia la pena inflitta a 8 anni ed un mese di reclusione. Ma a Tanzi, "al buon caro Tanzi" che ha messo in ginocchio un numero considerevole di piccoli investitori, la galera sta stretta. L'imprenditore dei nostri stivali (il cui dovere sarebbe solo quello di chiedere perdono per poi rimanere zitto e muto a scontare i 4 anni e 4 mesi di reclusione che ancora gli spettano), dall'alto del suo essere un delinquente, si permette di piagnucolare e di chiedere la scarcerazione perché, ormai, è vecchio e malato. Poverino! Non lo sfiora nemmeno il pensiero di quanti vecchi si sono ammalati per causa sua, di quanta disperazione ha portato in famiglie di onesti lavoratori. No. Tanzi crede di avere solo diritti e sfrutta la sua "notorietà" per far arrivare i propri sfoghi ai media che, come al solito, non perdono occasione di dar voce a chi voce non dovrebbe avere. E oggi, grazie alle troppe testate che sono del tutto incapaci di ridare un senso all'informazione vera, dobbiamo subire la domanda del Tanzi disperato: "Ma io, in carcere, che ci sto a fare?". E che ci stai a fare, Tanzi, stai a pagare e neppure tanto caro se proprio dobbiamo dirla tutta…
Grazie al Cielo le istanze di scarcerazione presentate dai legali di Tanzi sono state rigettate e il Calisto rimane esattamente dove deve stare: dietro le sbarre. E se rimanesse in silenzio sarebbe meglio. E se i giornaletti la piantassero di occuparsi di gentaglia come lui e iniziassero ad accogliere gli sfoghi di chi vittima lo è davvero, sarebbe meglio il doppio.
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