Cinzia Lacalamita


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Stop all'era del bavaglio

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3 Aprile 2009


Stop all'era del bavaglio


di Cinzia Lacalamita

È trascorso quasi un anno dalla prima volta in cui ho incontrato Fabio Salvatore. Attore, regista, scrittore noto al pubblico per il romanzo autobiografico "Cancro, non mi fai paura" e, dulcis in fundo, fondatore del prestigioso Magna Grecia Awards. Una persona particolare; sotto molti aspetti quasi indecifrabile. Da un lato il professionista: pratico e abile nel destreggiarsi su più fronti. Dall'altro l'uomo: disarmante per la sua sincerità nell'esprimersi e per la sua generosità nel darsi agli altri. Un insieme di qualità esplosive che, per forza di cose, hanno fatto sì che oggi sia diventato un'icona per chi lotta contro il cancro. In molti lo amano e seguono ogni suo spostamento: dalle presentazioni nelle librerie, alle apparizioni in televisione. Perché? Perché è stato malato ed è guarito. Perché il suo è un messaggio di speranza che si basa sulla realtà dei fatti: è vivo, ha sconfitto il cancro. E come lui il 52% tra coloro che ne sono colpiti. Salvatore lo ripete spesso questo: 52%. Tuttavia la parola cancro, solo a pronunciarla, incute terrore. Cancro, per quasi tutti, significa morte. Ma non sempre è così e troppa gente non lo sa. Non lo sa perché la nostra è un'informazione imbavagliata: il cancro, a detta di molti, non fa audience, a meno che non si sia disposti a farsi riprendere in punto di morte. Eppure qualche giorno fa, nel momento in cui Fabio Salvatore era ospite della "Vita in diretta" si è raggiunto il 24 % di share. Non poteva essere diversamente, considerata la grinta e la determinazione che si è potuta evincere dal suo racconto: la malattia affrontata con dignità, la propria vita messa a nudo affinché altri possano comprendere e non soccombere. C'è bisogno di questo. Ma ciononostante, per l'informazione seria, per quella che dovrebbe prevedere anche il riportare i risultati del progredire della scienza e affrontare l'aspetto dell'umanizzazione della malattia, per quella, non sempre c'è posto. Siamo l'Italia dei reality, dei servi, dei giornalisti senza coraggio e dignità. Chi scrive non ha nessun potere: nelle redazioni i pezzi "scomodi" vengono cestinati. Comandano i capi redattori che a volte non sono neppure giornalisti, ma raccomandati quel tanto che basta per decidere cosa va detto e cosa no.
È trascorso quasi un anno dalla prima volta in cui ho incontrato Fabio Salvatore: cosa è cambiato da allora? Fabio è riuscito a sdoganare il cancro. Le difficoltà di ieri, però, sono le stesse di oggi: si fa fatica a far passare serenamente le sue interviste. Faticoso è guadagnarsi uno spazio in televisione, o in radio, dove la censura imperversa. Siamo in piena dittatura, ma si fa finta di nulla. Nessuno vede. Nessuno sente. Nessuno parla. Anzi, nessuno protesta e si ribella.
Ho sentito Fabio in affanno in questi giorni. Per la prima volta teso, nervoso e, persino, arrabbiato. Lui che non è arrabbiato neppure con il Cancro, oggi, è infastidito da un sistema che non vuole dare voce a chi ha qualcosa da dire. Per fortuna, come Salvatore stesso continua ad affermare, a dire no a tutto questo c'è stato, proprio in questi giorni, Lino Banfi. Un esempio di forza e coraggio quello di Lino. Un esempio che ha messo a tacere il polverone alzato dai media bramosi di scoop nei confronti della figlia Rosanna, malata di cancro.
Se Fabio fosse in punto di morte, allora sì, sarebbe "l'uomo perfetto". Ma è vivo. E proprio perché è vivo andrebbe ascoltato: da morto non servirebbe più a nessuno. Abbiamo bisogno di un "portavoce", di chi ha il coraggio di mettersi in prima linea spogliandosi totalmente perché la malattia è vita, fa parte della vita e colpisce tutti: compresi i capiredattori, i direttori, i potenti, i padroni dei salotti televisivi e non.
Di cancro si può guarire. Il bavaglio, invece, a quanto pare, non ce lo toglie nessuno ed è la piaga più grande da estirpare. Il bavaglio… padre di una società manipolata, facilmente corruttibile che preferisce rimanere silente piuttosto che ammettere i propri orrori.
Per fortuna c'è un popolo che segue Fabio Salvatore e riesce, grazie a lui, a mettersi in gioco. Ad attestarlo le manifestazioni di affetto che ogni giorno si leggono nei social network presenti in internet e che, forse, a differenza dei media, gli hanno dato la forza per non desistere.
Non mollare Fabio: vai avanti, è il popolo che te lo chiede. Il popolo che rifiuta il bavaglio.


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