Cinzia Lacalamita


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Stagioni di Vita

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23 Gennaio 2009


Appunti di un tratto di vita: da medico a paziente


di Cinzia Lacalamita

A tu per tu con Maria Lucia de Pinto - ex primario radiologo -

Il danaro non può essere il fine unico di chi esercita la professione di medico. Chi opera mirando ai soldi uccide la ricerca, è questo il pensiero di una donna che non si è arresa nemmeno davanti all'evidenza di una diagnosi senza speranza.


I colleghi la davano per spacciata: dai tre ai sei mesi di vita. Questo succedeva quando Maria Lucia Depinto era nel fiore degli anni. Morta? No, viva più che mai. Avrei dovuto intervistarla, in parte l'ho fatto. Ma la sua è una storia talmente coinvolgente dal punto di vista emotivo che, alla fine, ho smesso di annotare quanto mi stava dicendo e mi sono ritrovata a chiacchierare con lei, così, come si fa tra vecchie amiche. "Chi sono? Ho fatto il medico a livelli alti, ero primario. Sono nonna, ho tre figli, sono una fumatrice, sono donna. Non ho detto le cose nell'ordine giusto, ma che importa? Ciò che conta, è che ad un certo punto ho iniziato ad avere dei disturbi e il ricovero ospedaliero è stato inevitabile. Cinque anni di fila in rianimazione. Una lotta, perché in quel genere di reparto, dopo dieci giorni già dai fastidio. Ho iniziato a prendere appunti, ho scritto sino a quando ho potuto. Mi sono messa a studiare nel tentativo di capirne di più della mia malattia… che importa dirti quale malattia, semplicemente una di quelle che non offrono chissà quante speranze. Un giovane ricercatore mi ha aiutata: la soluzione è arrivata, la terapia ha fatto il suo effetto. Ho visto i miei figli crescere, ho visto nascere i miei nipoti". Maria Lucia è una forza della natura. Determinata, coraggiosa, autoironica, ma quel che traspare di più in lei, è una grande umanità. Un' umanità che per anni l'ha resa un medico attento e premuroso, un medico che ha rischiato tanto pur di mettere i suoi pazienti davanti a qualsiasi altra cosa.
Togliersi il camice per indossare il pigiama, nello stesso Ospedale in cui si è prestato servizio, è cosa dolorosa. Ma stare "dall'altra parte", ha permesso a Maria Luisa di capire sino in fondo ciò che già da tempo aveva cercato di contrastare: "pressappochismo, incuria, scarsa propensione ad immedesimarsi nel dolore altrui, questo è ciò che rappresenta troppi camici bianchi. Per accedere alla professione, dovrebbero sottoporre i futuri medici ad un'analisi psicologica… altro che quiz di ammissione. Serve empatia". Nelle sue parole percepisco dispiacere, non rabbia. Nessun rancore, ma solo la voglia di essere utile, di far comprendere l'importanza di saper stare accanto ad un malato, di curarlo non solo nel fisico, ma anche e soprattutto nell'anima. Ed è proprio sperando che ciò accada, che Maria Luisa ha messo assieme gli appunti scritti nel periodo trascorso in Ospedale, da degente. I suoi ricordi, le sue aspettative, sono diventate un libro: "Stagioni di vita" (Città Aperta Edizioni, prefazione di Mario Falconi) che sarebbe bello leggessero tanto i suoi colleghi quanto chi soffre. Un testo che racchiude in sé il concetto di resilienza, ossia, la capacità di saper affrontare le avversità della vita. Pagine scritte in maniera fluida che coinvolgono, che portano a riflettere sui tanti aspetti dell'animo umano.


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