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1 Ottobre 2008
Il senso della vita
di Cinzia Lacalamita
Si chiama Eleonora Toffoli ed è una diciassettenne triestina una dei vincitori regionali del XXI concorso scolastico europeo "Europa e diritti umani. Noi giovani protagonisti" proposto dal Movimento per la Vita in collaborazione con AGE, AGESC, FIDAE, UCIIM, USMI scuola e cultura.
Eleonora, studentessa frequentante il IV anno del liceo delle scienze sociali G. Carducci, ha proposto il tema "Il senso della vita". Si tratta di una lunga ed articolata riflessione che pone l'accento sulle diversità culturali fra popoli. Di particolare impatto l'inizio dello scritto: "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene… con questa celebre frase, Jean Jacques Rousseau, filosofo e compositore svizzero del 1700, influenzò la Rivoluzione francese, lo sviluppo delle teorie socialiste e la crescita del nazionalismo". Le considerazioni fatte dalla Toffoli nello svolgimento del suo lavoro, ne denotano una spiccata sensibilità ed un forte senso di quei valori che oggigiorno sembrano esser andati persi tra i giovani. Un bel esempio di rettitudine morale, che contrasta chi troppo spesso dice che i ragazzi di oggi sono solo dei perdenti viziati.
La cerimonia di premiazione avrà luogo venerdì 3 ottobre alle ore 17.00 presso la sala multimediale "Tiziano Tessori" in Via Giustiniano 1 a Trieste. La relazione introduttiva sarà tenuta dall'avv. Maristella Paiar, Presidente Federazione Mov.ti per la Vita e Centri Aiuto Vita del Trentino Alto Adige.
La vincitrice, a metà ottobre, sarà chiamata a rappresentare la città di Trieste presso la sede del Parlamento Europeo a Strasburgo.
Il tema di Eleonora Toffoli
IL SENSO DELLA VITA
"L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"
Con questa celebre frase, Jean Jacques Rousseau, filosofo e compositore svizzero del 1700, influenzò la Rivoluzione francese, lo sviluppo delle teorie socialiste e la crescita del nazionalismo.
A distanza di secoli le catene, simbolo di prigionia fisica o mentale, non si sono ancora spezzate. È innegabile, che continuano ad essere troppe le persone costrette a combattere in nome della libertà. Uomini, donne e bambini seguitano a morire pur di ottenere quella libertà negata che gli spetterebbe di diritto, ma che per motivi religiosi, politici o economici non gli viene ancora concessa.
Le persecuzioni, i soprusi e le ingiustizie sono sempre esistite e oggi, forse più di ieri, seguitano a mietere le loro vittime in parti del mondo che sembrano lontane, perché geograficamente distanti, ma che in realtà, sono oltremodo vicine. Sono vicine perché se chiudiamo gli occhi, possiamo immaginare il volto triste di chi non ha diritti, di chi non ha voce perché non viene ascoltato, di chi è costretto a tacere. Sono vicine perché se prestiamo attenzione, nel silenzio della nostra anima, possiamo sentire le grida di dolore di chi viene torturato, di chi ha fame, di chi non ha un tetto sopra la testa. Sono vicine perché, se per un attimo smettiamo di pensare solo a noi stessi, ci accorgiamo che a vivere dalla parte sfortunata del mondo sono le vittime che NOI, paesi industrializzati e civili, contribuiamo ogni giorno a creare con il nostro disinteresse, con la nostra mancanza di generosità, con la nostra incapacità di rischiare affinché sia possibile cambiare le cose.
Libertà significa, forse più di ogni altra cosa, avere la fortuna di essere nati al momento giusto e nel posto giusto. Una donna europea non rischia di perdere l'essenza della sua femminilità perché qualcuno decide di mutilarla nell'intimo. Ogni anno, invece, sono circa 2 milioni le bambine e le adolescenti africane che subiscono l'infibulazione, pratica barbara che consiste dapprima nella rimozione del clitoride, delle piccole labbra e di parte delle grandi e si conclude con la ricucitura dell'apertura vaginale, eseguita in maniera tale da lasciare solo un piccolo spazio utile per il passaggio delle urine e del sangue mestruale. Un orfano italiano, francese o spagnolo non rischia di essere rinchiuso in un carcere a soli quattro, cinque anni perché nessuno si può prendere cura di lui. In Sri Lanka, invece, i bimbi trovati in strada senza famiglia o accusati di crimini, come per esempio quello di aver rubato un tozzo di pane, vengono rinchiusi in celle fatiscenti dove subiscono abusi di natura sessuale dagli stessi sorveglianti. Un uomo tedesco, polacco o inglese non rischia di diventare un invalido perché per errore è passato accanto ad una mina antiuomo. In Iraq, Afghanistan e Cambogia, le vittime di questi marchingegni esplosivi sono in media 20 al mese e, per un insieme di fattori correlabili alla guerra, il numero di persone menomate sin dalla nascita è considerevole. L'Iraq detiene il triste primato di 13 bambini al mese nati con malformazioni congenite, su una media di 37 parti al giorno.
La nostra libertà di espressione, di movimento e di pensiero è strettamente collegata alla volontà che altre persone hanno di concedercela. Alcuni di noi credono o forse si illudono di essere liberi, ma in realtà nessuno lo è fino in fondo. Ogni essere umano è per forza di cose condizionato e dipendente (per un verso o per un altro) da chi gli sta accanto, dagli amici e dai nemici, dai modelli che la società impone, dalla morale, da ciò che la legge vieta o non vieta, dal finto buonismo, dai pregiudizi, dalla fama, dal potere, dalla sete di vendetta, dai soldi e dal sesso. La nostra è una schiavitù frutto dei tabù mentali, delle paure, dei limiti che non abbiamo l'ardire di superare. La loro, quella dei popoli in guerra, quella dei popoli dove per esempio vige una dittatura politica, è una schiavitù reale, una schiavitù che pare essere senza via di scampo, una schiavitù che nella migliore delle ipotesi è l'alternativa alla morte.
Alcuni di noi possono permettersi di scegliere di buttar via la propria esistenza, oppure di dedicarla ad altri. Alcuni di noi possono decidere di amare, di odiare, di oltrepassare il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Alcuni di noi possono fare questo perché vivono QUI, ADESSO, in un tempo e in un luogo che gli permette di farlo. Ma basta spostarsi di poco è tutto ciò ad altri non viene concesso.
Io oggi sono qui e scrivo, racconto, tento di spiegare. Mi sto prendendo un piccolo spazio di libertà grazie al quale posso permettermi di dire la mia opinione, ma se per esempio fossi una donna afghana non avrei potuto concedermi questo lusso, molto probabilmente perché non saprei neppure scrivere… e questo non rappresenterebbe di certo il mio problema principale. Forse il mio problema più grande sarebbe quello di non poter respirare a pieni polmoni perché costretta dietro un burka o quello di non poter amare perché nessuno mi ha insegnato a farlo o perché nessuno vuole che io impari a farlo. Schiava di un corpo mutilato, diverso da quello che la natura mi ha fornito alla nascita. Schiava di una femminilità che non esiste più. Serva di un marito, di un padre, di un fratello che mi vedono come un oggetto di scambio o come un pezzo di carne utile a soddisfare le loro esigenze da uomini.
Io sono libera perché sono italiana. Noi siamo liberi perché siamo europei. Siamo liberi per fortuna, non per merito o per diritto. Noi siamo semplicemente fortunati e continuiamo a non rendercene conto.
La vita è il bene più prezioso, lo sentiamo dire sempre da tutti. Ma di quale vita stiamo parlando? Esistono forse vite di serie A o di serie B? Si, esistono. E non possiamo far finta di credere che non sia così. È il destino a decidere per noi. È la sorte a stabilire quale sarà il valore che verrà dato alla nostra esistenza… la sorte, proprio come quando si gioca alla roulette. Solo che in questo caso, non si tratta di gioco d'azzardo, e questa è a tutti gli effetti una roulette russa: puoi vincere una vita che se saprai gestire bene sarà soddisfacente, oppure perdere la possibilità di essere un uomo con il suo nome, con la sua dignità e il suo orgoglio.
In questo contesto mi viene suggerito di rispondere ad un quesito che non può far altro che rafforzare il pensiero sin qui esposto: "È vera libertà quella di togliersi la vita?" Potremmo parlare per ore di persone che scelgono il suicidio per disperazione, per paura, per solitudine, per angoscia. Quando si arriva al punto di togliersi la vita che ci è stata donata ci si libera davvero di ciò che non sembra più sopportabile? Forse si, forse no. Quel che è certo è che non è questo il punto. Il punto è che mi viene posta questa domanda solo perché qui possiamo permetterci di fermarci a riflettere, di valutare le varie ipotesi, di pensare a cosa può esserci di così drammaticamente irrimediabile da farci preferire la morte alla vita. Se fossimo da un'altra parte, invece di chiederci se è vera libertà quella di toglierci la vita, ci domanderemmo come fare per arrivare a domani, come fare senza cibo, senza acqua, senza medicinali, senza ospedali, senza nessuno che ci aiuti a crescere. Se ci trovassimo di la forse non avremmo nemmeno la capacità di ragionare perché il rumore degli spari, delle bombe, sarebbe troppo assordante per consentirci di formulare pensieri che non siano pensieri di terrore. Ma siamo qua, tutto sommato "liberi", protetti e viziati… viziati perché abituati ai lussi, alle coccole, a madri e padri che ci tengono sotto la loro ala protettiva fino alla soglia dei quarant'anni, facendo di noi degli eterni bambini. È questo il compito di un genitore? A mio avviso no.
Il compito del genitore inizia nel momento stesso in cui egli viene a conoscenza di essere in attesa di un figlio. A volte per una donna la gravidanza può essere difficile da accettare perché non sempre è desiderata, cercata. Sappiamo bene che l'aborto per tante ragazze rappresenta una via di scampo, l'alternativa ad un'esistenza che potrebbe divenire troppo complicata in quanto di difficile gestione, ma secondo la mia opinione chi sceglie di abortire è di sicuro meno libero di chi sceglie di non farlo. Un figlio toglie del tempo, complica le cose, obbliga a fare delle rinunce, in parole povere limita la libertà personale; ma rinunciare a lui, alla gioia di vederlo nascere, crescere, comporta una perdita di libertà ben peggiore, perché chi sceglie di abortire sarà per sempre schiavo del rimorso.
Il concepito non ancora nato è già uno di noi.
È come uno schizzo sulla tela che l'artista domani farà diventare uno splendido quadro.
È come una rima appena accennata, che domani la penna di uno scrittore farà diventare eterna poesia.
Oggi non ha gli occhi, ma se lo lasci vivere domani ti guarderà.
Oggi non ha le orecchie, ma se lo lasci vivere forse domani saprà ascoltarti con pazienza.
Oggi non ha la bocca, ma se lo lasci vivere forse domani userà delle parole di conforto per te o per chi ne ha bisogno.
Forse diventerà un assassino o forse scoprirà la cura per il cancro.
Forse diventerà un grande uomo o forse sarà un uomo da poco.
Se avrai cura di lui, sarà quel che sarà, ma SARÀ.
Se per paura, deciderai che la sua morte è la cosa migliore, quello che oggi GIÀ È, domani non SARÀ.
Se per egoismo, deciderai che la sua morte è la cosa migliore, di lui ti resterà solo il ricordo di chi in un altro ventre, sarebbe diventato un uomo o una donna come lo sei tu ora.
Se per vigliaccheria, deciderai che la sua morte è la cosa migliore, lui sarà per sempre un'anima senza nome.
Se per superficialità, deciderai che la sua morte è la cosa migliore, sarai una madre senza un figlio e lui un figlio senza madre.
Se lo uccidi, insieme non segnerete l'inizio di una nuova famiglia.
Se lo uccidi, insieme non segnerete l'inizio di un amore eterno.
La famiglia è proprio questo: un amore eterno, dove non si ha bisogno di chiedere perché si è capiti ancor prima di parlare.
Educare un figlio, dicono, sia il lavoro più complicato del mondo. Credo sia vero. La nascita di un figlio può trasformare la madre o il padre a tal punto da renderli possessivi, tanto da non consentirgli di crescere e camminare con le proprie gambe. L'essere umano ha bisogno di crearsi una sua indipendenza, di avere degli spazi dove nessuno, nemmeno i genitori, possono permettersi di entrare: spazi mentali, dove una persona cerca di capire da sola ciò che è meglio per lei.
La famiglia dovrebbe dare delle regole precedute dall'esempio, dovrebbe fornire gli strumenti che permettano di integrarsi nella società nel migliore dei modi.
Non servono mamme che continuano a rifare il letto al proprio bambino di trent'anni, né tantomeno padri che impongono la propria volontà senza ascoltare le esigenze della figlia o del figlio considerati inesperti. Non si è mai troppo piccoli per essere ascoltati o per cercare di esprimere il proprio pensiero. Non si è mai troppo piccoli per ricevere fiducia.
La troppa autorità, quella che non concede libertà di movimento e di espressione della personalità, fa sì che i figli diventino ribelli e che finiscano con il detestare i genitori, perché all'imposizione l'uomo risponde quasi sempre con la ribellione. Ci devono essere delle regole, questo è ovvio, ma chi è nella posizione di poter dettarle deve dimostrare per primo il loro valore. Un genitore che è stimato dai figli è un genitore che difficilmente sarà deluso. Grazie a questo rapporto le persone adulte saranno spronate a fare del bene, in famiglia avranno imparato ad amare, ad essere responsabili, a prendersi cura di se stessi e degli alti, a non essere egoisti. Madre e padre sono il punto di partenza di tutto, ma molto spesso i ruoli si possono anche invertire. Se la famiglia è unita e i suoi componenti vivono nel rispetto può anche accadere che sia il figlio a svolgere un ruolo educativo. I genitori più giovani, per esempio, crescono assieme ai loro bambini, comprendono cosa significa prendersi cura di un altro essere umano, imparano a tener conto delle opinioni di quelli che un tempo erano i loro cuccioli e che pian piano sono diventati giovani uomini.
I figli insegnano ad amare, i figli insegnano a far chiedere perdono: i genitori sono esseri umani, possono sbagliare, ma se si accorgono che con il loro comportamento troppo possessivo o intransigente stanno ostacolando o rendendo difficile la vita del proprio figlio, ecco che a volte aprono gli occhi, correggono atteggiamenti sbagliati e chiedono perdono.
In sintesi potremmo dire che la vita è un'esperienza che comincia a prendere di significato nel momento in cui germogliamo dentro nostra madre: può durare a lungo o aver fine prima ancora che ci sia permesso di assaporarla anche solo per un secondo… questo dipende dalla scelta che lei, nostra madre, farà.
La vita, se ci viene donata, può essere meravigliosa o molto dura e questo in parte dipende dalla fortuna di nascere in luoghi e tempi dove non c'è guerra, dove non c'è fame e disperazione.
Il senso della vita è riuscire a far in modo che in quei cinque minuti che precedono la morte ci si possa render conto di non essere stati sulla terra solo di passaggio ma di essere serviti a qualcosa o a qualcuno.
La morte è il ciclo che si conclude, è l'attimo in cui facciamo i conti con quello che siamo in quel momento e con quello che siamo stati nel corso degli anni. La morte è l'ultimo esame che siamo chiamati a sostenere, non si può barare o far finta di non sapere, nel profondo dell'anima, tutti sapremo se siamo stati degni di vivere. Esistono uomini che pur essendo persone, intese come appartenenti alla razza umana, si comportano al pari o a volte peggio degli animali. Chissà se questi uomini, quando si rendono conto di non aver più molti respiri a disposizione, capiscono quanto avrebbero potuto fare e comprendono di aver sprecato la loro esistenza usando violenza agli altri e a se stessi, dimenticandosi di avere un cuore.
In ogni essere umano convivono il bene e il male, spetta ad ognuno di noi scegliere cosa far prevalere.
La speranza è quella che le nuove generazioni imparino dagli errori del passato.
La speranza è quella che sempre più giovani possano unirsi per lottare in favore del rispetto della vita e che così facendo siano sempre meno le persone che un istante prima di morire si guardano dentro con vergogna.
Eleonora Toffoli
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