Cinzia Lacalamita


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Chirurgia Bariatrica

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30 Aprile 2009


Chirurgia Bariatrica


di Cinzia Lacalamita


Le persone che si rivolgono al chirurgo per risolvere il problema dell'obesità sono sempre più numerose. Forse però, non tutti sanno che alcuni tipi di interventi sono funzionali in termini estetici, ma non migliorano le condizioni di salute del paziente.
Fabio Cesare Campanile - medico chirurgo specialista in Chirurgia Generale, rappresentante regionale per il Lazio della SICOb (Società Italiana di Chirurgia dell'Obesità e delle malattie metaboliche) - da anni si occupa con successo di chirurgia bariatrica. Tra i suoi pazienti una maggioranza di donne tra i 18 e i 60 anni.
Affaritaliani lo ha intervistato per voi.

Dott. Campanile in cosa consiste un intervento di chirurgia bariatrica?

Si tratta di un'operazione chirurgica con la quale modifichiamo il sistema digerente, alterandone alcuni meccanismi, per favorire una permanente riduzione del peso corporeo in pazienti affetti da obesità grave. Da premettere che l'obesità è una malattia che aumenta il rischio di diabete, infarto cardiaco, ictus, insufficienza respiratoria, nonché di alcuni tumori. Tale rischio è la conseguenza dell'eccessiva presenza di grasso intorno ai visceri e non di quello sottocutaneo. Per questo motivo non può avere alcun effetto sulla salute l'asportazione del grasso presente sotto la pelle. Gli interventi di asportazione di questo grasso (addominoplastiche, dermolipectomie, ecc.) possono avere solo un significato estetico e non vanno confusi con gli interventi di chirurgia bariatrica, che sono diretti a una modifica della fisiologia alimentare e del metabolismo. Questo scopo può essere raggiunto riducendo l'apporto eccessivo di alimenti (interventi "restrittivi") oppure consentendo l'apporto di alimenti abituale, ma riducendone l'assorbimento (interventi "malassorbitivi").

Quali sono pro e contro di un intervento di questo tipo?

Il vero beneficio sta nella riduzione del rischio delle complicanze date dall'obesità e dai loro effetti, con conseguente aumento della qualità e della spettanza di vita che, ad esempio, in un ventenne maschio obeso grave è inferiore di circa 13 anni rispetto a quella di un coetaneo normopeso. L'intervento di chirurgia bariatrica, quando indicato, riduce di circa 9 volte la probabilità che l'obeso muoia nei successivi 5 anni.
Tuttavia ogni intervento chirurgico ha dei rischi, dal più semplice al più complesso, esiste pure una mortalità. Ma i criteri che adottiamo per l'indicazione all'intervento sono tali che il bilancio tra rischi e benefici è sempre a favore di questi ultimi.

Chi richiede l'intervento è reduce da diete non andate a buon fine?

Quasi sempre il paziente arriva da noi dopo numerosi tentativi di dieta, alcuni falliti, altri con un iniziale calo ponderale seguito dal recupero del peso stesso, spesso con gli interessi. Chiamiamo questa tipica storia clinica "la sindrome dello jo-jo" proprio per l'alternarsi dei cali ponderali e dei recuperi.
Ad ogni modo, se è vero che i pazienti arrivano dopo molti tentativi dietetici, è anche vero che noi stessi richiediamo, tra i criteri di indicazione chirurgica, che nella storia ci siano dei tentativi falliti di dimagrimento. Soddisfare questo criterio non è difficile, visto che studi controllati scientificamente effettuati negli anni '90 e nei primi anni del 2000 hanno dimostrato che, per certi livelli di peso, la sola terapia medica è destinata al fallimento con il ritorno al peso iniziale nel 95% dei casi a 5 anni, e che seguendo pazienti durante una dieta controllata si vede che solo poco più della metà riesce a completarla ad un anno.

Quali sono le aspettative dei suoi pazienti?

La totalità di coloro che viene da noi, presa coscienza dei rischi della propria condizione e spesso delle limitazioni funzionali date dal proprio stato, dichiara di voler risolvere un importante problema di salute. Ma mentre affermano di essere venuti "solo" per questo, assai spesso hanno anche il problema estetico in mente. Ciò appare evidente quando qualcuno viene a controllo dopo aver raggiunto il peso che razionalmente ci si era prefissati e afferma di "voler scendere di almeno altri tre chili".

Dopo l'intervento come cambia la vita dell'operato?

Spesso il paziente si rende conto di stare "fisicamente" meglio, di sentirsi un'altra persona, capace di svolgere atti della quotidianità che, solo ora, si rende conto che prima evitava; riferisce un miglioramento del modo di respirare, una minor fatica nel camminare e così via. Dall'altro lato però, vi è la necessità di aderire a delle regole: alcuni precetti alimentari obbligatori e da noi prescritti, la necessità di supplementare la dieta con vitamine ed alcuni elettroliti (a seconda del tipo di intervento), l'obbligatorietà di sottoporsi a controlli medici per tutta la vita. Negli interventi restrittivi si possono mangiare quantità di cibo assai ridotte rispetto a prima, mentre per gli interventi malassorbitivi a volte bisogna imparare a convivere con la diarrea o altri effetti collaterali. Tuttavia, non ricordo nessun paziente che mi abbia riferito che i problemi postoperatori siano stati superiori rispetto ai vantaggi ricevuti.

Nel corso della sua carriera si è mai rifiutato di operare qualcuno?

Certo! I criteri di inclusione nel programma chirurgico sono molto stretti. È indispensabile essere sottoposti ad una serie di indagini preliminari dalle quali possono emergere motivi di cautela. L'esempio più tipico è quello della valutazione psicologica, indispensabile, dalla quale possono trapelare aspetti di personalità o vere e proprie malattie che rendono il bilancio tra benefici e rischi potenzialmente negativo.
A volte capitano anche situazioni eclatanti, come nel caso di una donna, dal peso assolutamente normale, che venne da me intenzionata a sottoporsi ad un intervento di chirurgia bariatrica che, secondo lei, le avrebbe risolto un grave problema di rapporto con la propria immagine corporea: inutile dire che ho rifiutato di operarla.

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