Cinzia Lacalamita


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Caso Tortora

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11 Dicembre 2008


Un uomo perbene, questo era Enzo Tortora


di Cinzia Lacalamita


Privato, in vita, del suo onore. Assolto dopo 4 anni di sofferenze. Assolto, ma non risarcito.

Enzo Tortora: giornalista, conduttore radiofonico e televisivo che ha fatto storia. Enzo Tortora: un uomo stroncato da una giustizia fatta di pressappochismo. Una giustizia, che a distanza di due decenni dalla sua morte, non ha ancora pagato per il madornale errore commesso. Perché?


Big Ben ha detto stop. È con questa frase che Enzo Tortora era solito concludere il suo Portobello. Ed è con uno stop, violento ed inaspettato, che la sua carriera si è interrotta il 17 giugno del 1983. Lui, uomo perbene, viene arrestato con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. Accusa formulata a seguito delle dichiarazioni di tre pregiudicati: Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra. Nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, altri 8 imputati fanno il nome del presentatore: Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia e la moglie Rosalba Castellini, affermano di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3. Una dopo l'altra, le accuse si rivelano false: è solo con Giovanni Pandico che Tortora, in effetti, risulta aver avuto un contatto. Ma, di certo, non per questioni legate alla Camorra: Pandico, un affezionato di Portobello, si trova in carcere quando invia alla trasmissione dei centrini da vendere all'asta del programma. I centrini, purtroppo, vengono smarriti ed è lo stesso Enzo Tortora a scrivere a Pandico una lettera di scuse con allegato un assegno da 800.000 lire a titolo di rimborso. Chiunque si sarebbe accontentato. Chiunque, ma non Pandico, che nella sua follia, inizia a covare un tale risentimento da indurlo a dichiarare il falso. A ruota, lo seguono, chi per invidia, chi nella speranza di farsi ridurre la pena, tutti gli altri pentiti. Le false testimonianze costano al povero Enzo i primi sette mesi di reclusione e, il 17 settembre del 1985, la condanna a dieci anni di carcere. A distanza di un anno, per il presentatore arriva l'assoluzione con formula piena dalla Corte d'Appello di Napoli: per i camorristi, invece, inizia un processo per calunnia. Tuttavia, su Tortora rimane una macchia. La gente, come è solita fare, mormora. A sproposito. I dubbi sulla sua innocenza vengono dissipati il 17 giugno del 1987: a quattro anni dal suo arresto, l'uomo perbene, viene assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione. Davanti non lo aspetta una vita lunga: dodici mesi e Tortora si spegne. Ad ucciderlo è un tumore, o forse, come molti sostengono, le sofferenze psicologiche che lo hanno causato. Dopo la sua morte, tanto si è detto, tanto si è scritto. Parole, solo parole. In termini spiccioli di risarcimento, nulla si è concluso.
Quando Tortora, una volta assolto, tornò in televisione, esordì al suo pubblico con un memorabile: "Dunque dov'eravamo rimasti?" Ed è questo, che chiedo a Silvia Tortora, figlia di Enzo. Silvia, dove siamo rimasti? Perché tuo padre, una volta scagionato, ha ricevuto tante pacche sulle spalle e nulla di più? Silvia non lo sa. Aspetta Silvia, aspetta che giustizia sia fatta. In lei colgo una punta di amarezza, di risentimento: "
Ancora oggi - mi dice - c'è chi di Enzo parla a sproposito. Proprio in questi giorni è iniziata a circolare la voce, secondo la quale, in realtà, un risarcimento ci sarebbe stato. Non è così. Lo sottolineo e mi auguro sia chiaro una volta per tutti. Enzo ha pagato per una colpa che non aveva. Chi ha avuto la responsabilità di quanto è accaduto, invece, per il momento ha pagato solo in termini di rimorso di coscienza, o forse, nemmeno in quelli. L'unica cosa che chiedo è che mio padre, umiliato da vivo, non continui ad essere oggetto di equivoci o di infamia anche da morto".
Una vicenda complessa, drammatica, quella che ha coinvolto tutta la famiglia Tortora. Il rispetto alla memoria di un grande uomo, come sostiene giustamente Silvia, è doveroso. Ma doverosa è anche la necessità di chiarezza. Possibile che il caso Tortora sia stato relegato nel dimenticatoio? Possibile, che chi di dovere, non si soffermi a pensare e non si ponga la fatidica domanda: "Dunque, dov'eravamo rimasti?".

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