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23 Settembre 2008
La paura incontrollata di deglutire
di Cinzia Lacalamita
Il terrore di rimanere soffocati a causa del cibo ingerito è piuttosto comune: a parlarcene lo psicologo triestino Emanuel Mian
Si chiama anginofobia e tradotta in termini più semplici significa paura di deglutire e rimanere soffocati. I soggetti che ne sono afflitti vivono un dramma quotidiano, in particolare al momento dei pasti. Il cibo diventa nemico, gli attacchi di panico all’ordine del giorno. Senza un adeguato sostegno psicologico si giunge al punto di vivere con ansia anche il semplice deglutire la saliva. Ne consegue un graduale isolamento sociale che conduce senza via di scampo a forme di depressione gravi.
Colpiti da anginofobia sono sia bambini che adulti, con maggioranza di questi ultimi. Uomini e donne senza distinzione (sebbene la percentuale delle donne superi quella degli uomini). La paura non è relativa tanto allo stimolo in sé del deglutire, quanto piuttosto al terrore delle conseguenze date dal farlo. "Ne deriva quella che in gergo - spiega lo psicologo Emanuel Mian, esperto di Disturbi del Comportamento alimentare - viene chiamata “strategia di evitamento”: in pratica, il soggetto inizia con l’eliminare cibi, a suo avviso, più pericolosi di altri. Dalla carne si passa alla pasta, al pane e così via, riducendo sempre di più la gamma di alimenti reputati non rischiosi. L’alimentazione finisce col diventare quella tipica di un neonato, fatta dunque di pappine, creme e liquidi. A volte però, nemmeno questo basta a tranquillizzare ed è così che si giunge ad una selezione ancora più restrittiva, dove ad un certo punto, anche l’acqua diventa un problema di difficile gestione".
"Le tecniche per arrivare ad una soluzione del problema sono ben precise - continua Mian -. Una volta escluse cause di competenza strettamente medica, il trattamento di maggior successo è quello che prevede l’esposizione alle situazioni più temute: in parole povere è necessario mettere il paziente a confronto con lo stimolo fobico sia in maniera “concreta”, che attraverso l’ausilio descrittivo (dello stesso stimolo) dato dal terapista. Il tutto deve ovviamente avvenire in maniera graduale: esporre un paziente allo stimolo fobico sin dalle prime sedute risulterebbe inutile, oltre che dannoso.
Personalmente, considerati i più che incoraggianti risultati ottenuti sino ad ora, sono contrario alle terapie di gruppo. A mio avviso, sebbene si tratti di una patologia comune a tanti, l’esperienza rimane soggettiva e va affrontata come tale. Ogni persona, pur avendo di base la stessa paura di altri, finisce col temere di più una specifica cosa. Confrontarsi con terzi significa affrontare il problema in maniera generalizzata, ma mai specifica ed approfondita. Ciò che di solito non varia, invece, è la durata del trattamento. A seconda della gravità dei casi, in genere, è indispensabile un percorso psicologico che va dai 6 mesi ad un anno. Non si tratta di un percorso semplice: costanza, determinazione e volontà di voler uscire dal problema, sono condizioni irrinunciabili al fine di un esito positivo".
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